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Mostra precedente: Sergio Zen
inizio 10-04-2010 fine 08-05-2010
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Sergio Zen (Valdagno/Vi, 1936) inizia a dipingere nel 1957 da autodidatta, iscrivendosi poi alla Libera Scuola d’Arti Figurative Marzotto a Valdagno. Partecipa alla Triveneta di Bolzano nel 1961 dove consegue il primo premio. Dopo un breve inizio figurativo approda nei primi anni Sessanta ad un astrattismo lirico. Fonda nel 1960 con i pittori Corrà e Disconzi la Galleria Impronta a Valdagno dove espongono diversi artisti quali De Luigi, Fontana, Music, Licata, Santomaso e Vedova e dove tiene la sua prima personale. Nel 1968 vince il Primo Premio Città di Trissino mentre l’anno seguente partecipa alla XVIII Biennale Triveneta di Padova. Durante gli anni Settanta la sua pittura si dilata a creare una vibrazione rotatoria, impressa sulla tela mediante la continua apertura e chiusura di spazi cromatici, volti all’esplorazione dell’infinito. È un periodo intenso con l’allestimento di numerose personali a Valdagno, Milano, Palermo, Padova, Torino, Foggia e la partecipazione a rassegne tra cui: al Premio Joan Mirò di Barcellona 1970, l’esposizione della Grafica Contemporanea al Museo Puskin di Mosca 1971, al Grand Prix d’Arts Plastique alla Gallerie Crozier a Lione 1973, alla I Quadriennale Europea a Roma 1974, alla mostra Pittori vicentini alla Basilica Palladiana a Vicenza 1978. Realizza un’opera particolare Presenza in collina (cm. 160 X 735), che viene esposta nella personale su invito del Comune di Granada alla Caja Provincial nel 1979. Viene girato in questo periodo il documentario che riprende tutta l’operazione della formazione di una sua opera e che viene proiettato nelle scuole. All’inizio degli anni Ottanta Zen fa largo uso del collage utilizzando una materia velare, intenzionalmente aggrinzita ma è sempre il colore il vero soggetto del fare artistico di Zen che in questi anni è ulteriormente acceso. È del 1982 la personale alla Galleria Dello Scudo di Verona, del 1983 quella alla Galleria Ariele a Vicenza mentre nel 1987 viene presentata un’antologica a Villa Valle Marzotto a Valdagno. Per festeggiare i quaranta anni di attività tiene nel 1997 la personale Colore come Immagine nella Galleria Studio Marco Zen Arte Contemporanea di Valdagno con testo di Hsiao Chin. Nel 2001 su invito di Giorgio Di Genova partecipa alla mostra Generazioni Anni Trenta al Museo d’Arte delle Generazioni Italiane del ‘900 G. Bargellini, Pieve di Cento (Bo). In occasione della mostra Carte dipinte 1963/1970 alla Galleria Sante Moretto a Monticello Conte Otto (Vi) nel 1998, Luca Baldin osserva: “La parentela di queste carte di Sergio Zen alla fonte d’ispirazione che certamente affonda nel cuore del fenomeno ‘informale’ del dopoguerra... appare assai stretta”.
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Mostra precedente: Franco Costalonga
inizio 27-02-2010 fine 03-04-2010
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Franco Costalonga (Venezia, 1933) inizia la propria formazione come autodidatta, frequentando solo in seguito, come privatista, la locale Scuola d'Arte, dove segue gli insegnamenti di Remigio Butera. Dopo aver esordito come incisore e acquafortista, conseguendo il primo premio alla 50° Collettiva della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, si avvicina alla pittura, elaborando una vasta serie di dipinti, caratterizzati, in una sottile modulazione cromatica incentrata sulle scale dei rossi e dei rosa, dalla libera e aerea espressione di eleganti grafismi di mediata matrice liciniana e wolsiana. Nella seconda metà degli anni sessanta, dopo essere entrato a far parte del Gruppo Dialettica delle Tendenze, Costalonga verrà quindi elaborando, tramite l'impiego di nuovi materiali, delle originali superfici tensionate, generanti forme tridimensionali. Tali nuovi procedimenti lo porteranno in seguito ad avvicinarsi a Bruno Munari, presidente del gruppo "Sette-Veneto", in collegamento con il Centro Operativo Sincron di Brescia, diretto da Armando Nizzi, approfondendo così i suoi interessi per le nuove esperienze cinetico-visuali. Per tali nuove creazioni, nel 1967 Costalonga viene premiato alla 55° Collettiva della Fondazione Bevilacqua La Masa, mentre l'anno successivo, una sua opera “Oggetto Cromo-cinetica-sfera”di plexiglass entrerà a far parte della Collezione Guggenheim. Operatore visivo attivo anche nell'ambito dell' arredamento e del design, Costalonga ha ottenuto in tali settori numerosi riconoscimenti. Dopo aver sperimentato tutte le possibili combinazioni degli specchi sferici, con i quali partecipò all’edizione della Biennale del 1970, nel 1973 l’artista veneziano concepì un nuovo elemento: un piccolo cilindretto la cui sommità veniva tagliata a 45° e colorata. Dapprima come unità singole e in seguito assemblati in moduli da sessantaquattro, questi semplici elementi diedero vita a geometriche rappresentazioni, le cui forme mutavano d’intensità cromatica in corrispondenza dell’interagire del fruitore con l’opera e dell’azione della luce sulla superficie cromatica. Gli “Oggetti quadro sui gradienti di luminosità”, questo il loro nome, ampliarono il campo applicativo della ricerca cromatica - la cui rilevanza teorica è fondamentale per Costalonga - potendo essi disporre di una pressoché illimitata programmazione delle loro combinazioni. Le successive espansioni (altrimenti dette “Destrutturazioni modulari”), opponevano invece, al sistema componibile e regolare dei moduli, un impiego frammentario e periferico del cilindretto che rispondeva alla libertà espressiva dell’artista. Contestualmente alla sperimentazione cine-visuale, negli anni settanta Franco Costalonga elaborò, partendo sempre da un singolo elemento modulare, prima le “Strutture elicoidali” e in seguito le “Strutture sui movimenti di simmetria”, concepite come un insieme di componenti plastici flessibili o rigidi, combinati in una trama geometrica dall’indirizzo ascensionale. Numerose, nel frattempo, le sue partecipazioni a mostre nazionali e internazionali tra le quali: la XI Quadriennale di Roma nel 1966, la mostra itinerante The Arts Council of Great Britain di Venezia nello stesso anno; Trigon 71 - Intermedia Urbana a Graz. Nel 1972 ha preso parte alla rassegna Grands et Jeunes d'aujourd'hui - Art cinetique-Peinture-Sculpture al Grand Palais di Parigi, nel 1974 alla InternationaIe Kunstmesse-Art5 di Basilea e nel 1976 alla mostra Comtructivismo alla Universidad Central di Caracas. In seguito, a partire dal 1978, entra a far parte del Centro Verifica 8+l nell'ambito del quale, nel corso degli anni ottanta, verrà approfondendo le proprie ricerche caratterizzate dall'impiego di materiale plastico reticolare per generare movimenti e variazioni di simmetria. Nel 1986 è invitato nella sezione Arte-Scienza-Colore della XLII Biennale di Venezia. Nel 1990, dopo un lungo periodo di inattività, Franco Rossi, alla cui galleria l’artista era già stato legato in passato, fornì lo spunto per una nuova realizzazione che comportò l’ausilio di piccoli specchi circolari appesi con un filo di nailon all’interno di strutture geometriche colorate. Muovendosi casualmente, per effetto dell’aria, gli “Specchi mobili” riflettono la luce e il colore dei lati interni alla struttura. Sempre nell’ambito del movimento, ma questa volta sul versante della partecipazione attiva del fruitore con l’opera, nascono le “Tensoforme”, composte da un lamierino traforato e da un tessuto elastico, su cui è possibile intervenire modificando la superficie attraverso un magnete posto sul retro del quadro. Nei primi anni novanta Costalonga riconsidera nuovamente il pvc metalizzato adattandolo, in sottili lamine, sulla superficie uniformemente righettata di un supporto rigido. Crea in questo modo i “Pseudorilievi” dove la luce (possibilmente radente) ha un ruolo fondamentale: a contatto con le lamine a specchio produce una zona di riflesso luminoso e una zona d’ombra la quale circoscrive un ingannevole rilievo. Anche per i “Riflex” venne utilizzato, seppure in piccoli frammenti, il materiale lamellare in pvc; disponendolo sul supporto con un criterio di addensamento e rarefazione si ottennero soluzioni di rifrazione cromatico-luminosa di grande efficacia. Con le “Strutturazioni” e le “Destrutturazioni” Costalonga ritorna ad occuparsi, a distanza di molti anni, della sola superficie dipinta: interviene con l’aerografo per riprodurre delle strutture geometriche che in una seconda fase destruttura. Gli esiti più recenti della ricerca sperimentale, oltre ai “Mokubi2”, che sono le ultimissime varianti tridimensionali degli “Oggetti quadro”, sono le “Consequenziali estreme” e le “Curve modulari (Mokurve)”. Le prime, realizzate con materiale termoplastico metalizzato in altovuoto, conseguono dalla pulizia degli stampi dei cilindretti assumendo forme casuali; le seconde si ottengono invece dall’insieme concatenabile e modificabile di elementi modulari curvi. Ulteriore evoluzione è stata infine apportata ai “Mokubi” con il termine “Mokudue s.” Si tratta di elementi modulari posti su un reticolo triangolare che assemblati rendono visivamente l’apparenza di un cubo in assonometria. Le superfici dipinte delle singole facce creano un’ulteriore vibrazione che movimenta ulteriormente l’immagine complessiva. Gli ultimi anni sono stati contrassegnati da importanti mostre, al Castello di Lubiana, alla Fondazione Matalon di Milano, alla Biblioteca Nazionale di Cosenza, allo studio f.22 Modern Art Gallery di Palazzolo sull’Oglio dove nel 2008 presenta “Quarant’anni di ricerca visiva” e al Museo Santa Caterina di Treviso. Dagli anni duemila è presente inoltre in rassegne sul cinetismo internazionale come “Le Parc, Garcia Rossi, Demarco e altre testimonianze del cinetismo in Francia e Italia”, Roma e Spoleto, “Il cinetismo quarant’anni dopo”, Torino, “Alberto Biasi, Testimonianze del cinetismo e dell’arte programmata in Italia e Russia, Museo dell’Hermitage, San Pietroburgo, “Il cinetismo dalle origini ad oggi”, Zagabria e “Kinetického”, Museo Nazionale d’Arte Moderna di Praga. Nel 2002 l’oggetto cromocinetico a sfera acquistato da Peggy Guggenheim è stato esposto alla mostra “Themes and Variations, Arte del dopoguerra delle collezioni Guggenheim”, Venezia, e nel 2007 a Verona nella mostra “Peggy Guggenheim, un amore per la scultura”.
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Mostra precedente: Fausto De Nisco
inizio 16-01-2010 fine 20-02-2010
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Fausto De Nisco nasce a Sassuolo (Mo), dove tutt’ora vive e lavora, nel 1951 e fin da giovanissimo mostra il suo talento per il disegno e la pittura, esponendo appena dodicenne in mostre collettive con artisti già affermati. Si diploma nel 1967 all’Istituto d’Arte A. Venturi di Modena e sotto la guida di Umberto Mastroianni all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 1971. Nello stesso anno partecipa alla collettiva 3+2 giovani artisti al Centro Culturale Endas di Cesena mentre l’anno seguente si sposa con Matilde.
Nei primi anni ottanta partecipa alla vita culturale di Bologna esponendo in diverse mostre curate dal critico Claudio Cerritelli assieme a Benati, Pintori, Mulazzani, Costa, Degli Angeli, Garutti, Ceccobelli, ecc.
Ha partecipato al movimento culturale del Transmanierismo teorizzato da Giorgio Celli e Flavio Caroli. Nel 1988 partecipa al premio Marconi a Bologna e inizia una collaborazione con la Galleria La Loggia, successivamente Galleria Paolo Nanni. Molto importante nel 1989 è la sua partecipazione all’evento Esperimento interrotto della pittura presso il Mercato del Sale a Milano. Nel 1990 tiene una mostra personale alla Galleria Rinaldo Rotta di Genova e nel 1992 alla Galleria Paolo Nanni con testo di Flavio Caroli.
Ha esposto in diverse mostre personali e collettive e partecipato alle fiere d’arte contemporanea più importanti: Bologna, Milano, Verona, ecc. Nel 2005 vince il Premio Internazionale d’Arte SS325 a Vernio. Nel 2006 inizia la collaborazione con la Galleria Poliart di Milano con una mostra personale curata da Sandro Parmiggiani e Claudio Cerritelli. Nel 2007 tiene una mostra personale alla Galleria Nino Sindoni di Asiago (Vi) ed esegue una cartella di incisioni all’acquaforte per la Rosler Italia, nel 2008 alla Galleria Comunale GAM di Cesena nello spazio Ex Pescheria, nel 2009 è presente nella prestigiosa cornice di Villa delle Rose a Bologna nel ciclo di mostre Not so private – Gallerie e Storia dell’Arte a Bologna ed espone con una personale a Palazzo Casotti a Reggio Emilia.
In De Nisco il recupero delle parvenze del mondo naturale avviene sempre attraverso una filtrata qualità pittorica che, nella sua pura selezione formale, non può non dirsi astratta. C’è in De Nisco, una determinazione testarda e continua, dentro l’abbandono lirico, nell’andare a ritrovare ciò che è perduto, anche se reca su di sé tutti i segni del turbamento, del dolore, della fatica di vivere... Il pittore modenese snoda i suoi racconti fantastico-infantili in una aura magica recuperata.
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Mostra precedente: Simona Weller
inizio 05-12-2009 fine 09-01-2010
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Simona Weller è nata a Roma nel 1940. Dopo gli studi classici si diploma all’Accademia di Belle Arti con Ferrazzi e Mafai. Dal 1960 al 1964 viaggia e lavora come borsista U.N.E.S.C.O. in Thailandia, Egitto e Spagna. Negli anni successivi la sua pittura risente di un surrealismo di natura, dovuto alla frequentazione dei musei e a un lungo ritiro nella campagna umbra. Nel 1970, tornata a Roma, diventa compagna di Cesare Vivaldi con cui frequenta le personalità più interessanti del mondo letterario e artistico. Comincia ad insegnare come assistente di Giulio Turcato e nel 1973 esordisce alla Quadriennale di Roma con grandi tele di pittura-scrittura. In questi anni è segnalata al Premio Bolaffi da Giuliano Briganti, da Marcello Venturoli e da Cesare Vivaldi tra i giovani artisti più interessanti del momento. Nel 1976 pubblica il primo saggio sulle artiste italiane del XX secolo: Il Complesso di Michelangelo. Da questo momento la sua ricerca pittorica sarà sempre affiancata da quella saggistica e letteraria, pubblicando alcuni romanzi storici sulla vita di pittrici celebri. Nel 1978 è invitata alla Biennale di Venezia e al F.I.A.C. di Parigi. Nel 1980 tiene la sua prima antologica alla Pinacoteca di Macerata e un corso speciale all’Accademia di Belle Arti di Roma. Nello stesso anno inizia a collaborare col mensile Noi Donne, dove avrà una sua rubrica fino al 1996. Dal 1980 lavora regolarmente la ceramica presso la fabbrica L’Antica di Deruta. Partecipando al progetto culturale Deruta 2000 e alla mostra scambio Algeri-Deruta, negli ultimi trent’anni ha elaborato nuove forme e nuovi decori. Alcuni cicli delle sue opere pittoriche hanno come tema “la lettera”. Il più recente è Lettere di una pittrice italiana a Vincent van Gogh che le è valso nel 2003 l’invito per una mostra itinerante in Olanda. Nel 2005 due musei liguri hanno celebrato i quarant’anni di attività di Simona Weller con la doppia mostra antologica Verba Picta. L’8 marzo 2006, su segnalazione del premio nobel Rita Levi Montalcini, il Presidente Ciampi le ha conferito l’onorificenza di commendatore per meriti culturali. Nel 2009 vince il concorso per la Medaglia del V anno di Pontificato di Benedetto XVI, indetto dalla Città del Vaticano. Il 21 novembre 2009 è stata invitata tra i 500 maggiori artisti del mondo alla celebrazione del decennale della Lettera agli artisti di Giovanni Paolo II nella Cappella Sistina.
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Mostra precedente: Mirco Marchelli
inizio 24-10-2009 fine 28-11-2009
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Dopo la maturità tecnica si diploma in tromba al Conservatorio Antonio Vivaldi di Alessandria, nel 1983, svolgendo poi attività concertistica sia nell’ambito della musica classica che in quella jazz. Significativa è la collaborazione con il cantautore Paolo Conte nelle tournèe concertistiche dal 1988 al 1991. Da anni è impegnato come ideatore, promotore ed organizzatore di eventi culturali nel territorio ovadese come ad esempio il Festival “In Contemporanea”, manifestazione che ha lo scopo di rappresentare sotto tutti gli aspetti artistici la contemporaneità. Artista poliedrico, Mirco Marchelli da sempre dà voce alla sua creatività esprimendola in musica e poesia ma soprattutto attraverso la pittura. Marco Meneguzzo definisce i suoi lavori “pure opere di pittura ‘travestite’da oggetto, da concentrato di storie che, per la natura stessa della forma di questi lavori appaiono come storie personali, interiori, se non proprio intime, di una fanciullezza da giocattolo di legno.” I suoi lavori vengono esposti in mostre personali e collettive dal 1994: prima a Gavi, Alessandria, Genova, poi nel 1997 a Verona con le mostre “La casa di Mirco” e “Pause popolari” presso la galleria Studio La Città. La sua prima mostra all’estero è nel 1998 presso la Galleria Sfeir Semler di Amburgo, seguita nel 2000 dalla collettiva “Carte Blanche à Melene de Franchis” presso la galleria Lucine Durand Le Gaillard di Parigi. L’anno successivo presenta a Regensburg la personale “C’era una volta il re” alla Baumler e nel 2005 il suo lavoro è esposto a Barcellona dalla galleria Miguel Alzueta. La galleria Studio La Città di Verona presenta nel 2003 la mostra “Acqua calda acqua fredda”. Nel 2004 partecipa alla Biennale di Arte Sacra presso il Museo di Stauros a Isola del Gran Sasso (Teramo) e la Galleria Il Traghetto presenta a Venezia la mostra “Quindici diciotto”. L’anno successivo Cardelli e Fontana allestisce “Cime, segni e specchi d’acqua” a Sarzana. Nel 2006 Marchelli è presente con Via Crucis al Monastero di Villafranca Piemonte a Torino e alla Galleria San Fedele di Milano nella mostra collettiva “Sentire con gli occhi”. Nel 2007 la sede milanese di Spirale Arte allestisce “Trombe clarini e genis”, a cura di Marco Meneguzzo, mentre per la nuova galleria Eventinove di Torino Luca Beatrice presenta un’altra personale, intitolata “Ma c’è un ma”.E’ a cavallo fra il 2008 e il 2009 l’allestimento della mostra “Amata o tic tac” presso la Galleria Cardelli e Fontana di Sarzana e curata da Marisa Vescovo. La stessa curatrice inserisce alcune opere nella mostra “900. Cento anni di creatività in Piemonte”. Marchelli vive e lavora ad Ovada (AL).
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Mostra precedente: Domenico Grenci
inizio 12-09-2009 fine 10-10-2009
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Domenico Grenci è un giovane artista nato a Bologna nel 1981. Diplomatosi al Liceo Classico “Ivo Oliveti” di Locri, ha frequentato il Biennio specialistico in pittura all’Accademia di belle Arti di Bologna laureandosi. Attualmente è assistente volontario della cattedra di pittura del prof. R.Novali.
La prima cosa che colpisce di lui è l’intenzione, la scelta oggi inusuale nonché l’esigenza del mezzo espressivo adottato: la pittura. L’uso della tela, dei pennelli, del disegno e dello studio del soggetto, questo fare artistico di tipo classico, privo di espedienti, stupori o correzioni in digitale, impone un confronto con ciò che in campo artistico è venuto prima, con la storia dell’Arte.
Un romantico espressionismo il linguaggio adottato per dar vita alle bellissime, struggenti visioni femminili che campeggiano sulle ampie tele grezze. Una linea sottile, ma inconfondibile terra di confine, separa i corpi nudi dall’ocra monocroma della tela, quasi fossero disegnati da una mano paziente e senza tempo. Una linea che da sola basterebbe a comunicare tutto quello che finora è stato taciuto.
In Grenci trasuda la sensualità, fatta di sguardi, di atteggiamenti; inoltre si percepiscono le vibrazioni e le peculiarità intime dell’animo femminile: la fragilità, la sensibilità, la dolcezza, la forza. Le donne che l’Artista rappresenta sono anche le protagoniste assolute dell’opera, occupano con il solo volto o il corpo l’intera superficie del quadro: emergono da uno spazio assente ora saturato dalla loro evanescente presenza, si impongono allo sguardo di chi le osserva con enigmatica, perturbante seduzione; stabiliscono con lo spettatore un legame ambivalente, empatico e sottilmente conturbante allo stesso tempo, soprattutto acquisiscono dall’opera stessa un’identità di cui erano prive, una peculiarità data da un segno, un’ombra. E proprio queste ombre, macchie liquide o sature, generate dall’uso del bitume sia su carta che su tela, mescolato al colore, identificano il lavoro di Grenci.
Ha partecipato a numerosi premi, tra i quali: nel 2008 al premio Coinè per l’arte di Forlì, (vincitore premio della stampa), nel 2007 al Premio maggio fiorito di Cento (vincitore del primo premio), al Premio Focus Abengoa di Sevilla (Spagna), al Premio Goldener Kentaur di Monaco di Baviera (vincitore del primo premio), al Premio Celeste di Siena, nel 2006 al Premio Minicuadros di Madrid, al Premio S.A.M.P. di Bologna e nel 2005 al Premio Morandi di incisione di Bologna.
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Mostra precedente: Antonio De Luca
inizio 11-07-2009 fine 08-08-2009
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Antonio De Luca nasce il 18 agosto 1977 a Pompei. La sua propensione per la pittura si manifesta prestissimo, già negli anni dell'infanzia, quando dichiara ai genitori che da grande farà il pittore. La sua famiglia lascia la Campania quando Antonio non ha neppure un anno e si trasferisce a Vercelli per motivi di lavoro. La perdita del padre a soli 8 anni è un duro colpo, lo segna nel profondo e aumenta la sua inclinazione sia alla ricerca esteriore che all'introspezione. A 16 anni si trasferisce a Valenza dove frequenta il terzo anno dell'Istituto d'Arte Benvenuto Cellini.
È il momento della svolta, dell'incontro decisivo con due dei suoi insegnanti che ne intuiscono il talento e le grandi potenzialità. Claudio Pasero, docente di storia dell'arte, gli permetterà di realizzare la sua prima personale, nel 1995, ad Alessandria. Anche il professor Carlo Bello, al quale mostra i suoi primi dipinti dalla vena grottesca e dal segno giovane, lo sprona a continuare a impegnarsi per esercitare il talento e l'originalità. Nel 1998 si trasferisce a Milano, dove si iscrive all'Accademia delle Belle Arti di Brera e sceglie l'indirizzo Scenografia. Una decisione dettata dal pragmatismo, che si infrange però contro la forza della vocazione e la passione per la pittura. Diserta le lezioni e trascorre quell'anno milanese a dipingere. Frequenta le mostre dei grandi e si riempie gli occhi di Picasso, Schiele, Chagall, Wharol, Basquiat... Intanto le esposizioni si sovrappongono, in Italia e all'estero. A Parigi, nel 2003, espone da Christie's Education e quell'occasione segna un altro incontro importante, quello con Orio Vergani, il gallerista con il quale inizia una collaborazione caratterizzata dalla stima e dall'amicizia. Da ricordare, tra le altre, le esposizioni presso la Galleriastudiolegale di Roma e Caserta e la Galleria En Plein Air di Pinerolo. Una voce a lui dedicata compare nell'Enciclopedia dell'Arte Zanichelli.
Hanno scritto di lui: Tiziana Conti, Roberto Borghi, Maria Luisa Caffarelli, Rino Tacchella e Simone Frangi, giovane critico con il quale stringe un rapporto di stima e collaborazione che lo accompagnerà attraverso nuove occasioni espositive.
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Mostra precedente: Giorgio Griffa
inizio 16-05-2009 fine 30-06-2009
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Giorgio Griffa nasce nel 1936 a Torino e nel 1958 si laurea in giurisprudenza ed inizia l'attività di avvocato. Nel 1960 frequenta la scuola privata di Filippo Scroppo sviluppando peraltro una esperienza strettamente figurativa. Procede poi ad una progressiva spoliazione degli elementi rappresentativi sino a giungere al ciclo dei lavori intitolati Quasi dipinto. In quel ciclo si precisa la scelta del non finito che diverrà un carattere costante del suo lavoro.
Espone nel 1968 alla Galleria Martano di Torino. Nel 1969 inizia la collaborazione con la Galleria Sperone e nel 1970 espone nelle gallerie di Ileana Sonnabend a New York e Parigi.
E' di quegli anni la vicinanza agli artisti dell'Arte Povera.
Per circa due anni, fra il 1973 ed il 1975, esegue quasi esclusivamente linee orizzontali, composte da una linea continua che si ripete ovvero da segni di pennello ordinati l'uno accanto all'altro in sequenze orizzontali.
Negli anni successivi iniziano a convivere sulla tela sequenze di segni differenti che definisce Connessioni o Contaminazioni, modifica fisiologica del precedente ciclo dei Segni Primari. Sono gli anni in cui si avverte come la riflessione di tipo minimalista apra le porte ad una nuova considerazione dell'imponente carico di memoria di pittura e scultura anche se Griffa non è un minimalista.
Il trittico intitolato Riflessione costituisce il primo passo di un altro ciclo, che troverà negli anni 2000 il titolo di Alter Ego. Gli anni '80 vedono un ampio sviluppo del ciclo delle Contaminazioni. Ai segni spesso si affiancano campiture di colore più o meno ampie, un racconto indeterminato fra le memorie della pittura.
All'inizio degli anni '90 sopraggiunge il ciclo Tre Linee con Arabesco in cui ogni lavoro, tela, disegno, acquerello, incisione, contiene appunto, fra gli altri segni, tre linee ed un arabesco.
Nel seguito degli anni '90 inizia un altro ciclo che si avvale dei numeri. E' il ciclo delle Numerazioni. Qui i numeri indicano su ciascuna tela l'ordine in cui sono posati i vari segni e colori che la compongono. Si deve notare che fra un ciclo e l'altro non vi è alcuna ipotesi di sviluppo o progresso. I cicli che emergono negli anni 2000 confermano questo aspetto. Infatti la loro origine risale a vent'anni prima, alla fine degli anni '70.
Il ciclo Sezione Aurea, che guarda a quel numero irrazionale senza fine che ne caratterizza l'aspetto matematico, si avvale delle trasparenze della tela tarlatana che già erano del grande lavoro Dioniso del 1980, esposto alla Biennale di Venezia di quell'anno.
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Mostra precedente: Umberto Mariani
inizio 14-03-2009 fine 14-05-2009
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Umberto Mariani nasce a Milano il 16 novembre 1936 da famiglia emiliana.
Nel 1950 si iscrive al Liceo Artistico di Brera; prosegue regolari studi artistici frequentando dal 1954 al 1958 l’Accademia di Brera nella scuola di Achille Funi. Diventa allo stesso tempo assistente del maestro nello studio e collabora a numerose e grandi realizzazioni in affresco. Il 1958 è l’anno del diploma, viene premiato come migliore diplomato della Accademia di Brera con un viaggio alla Exposition Universelle di Bruxelles. Qui conosce l’opera di Constant Permeke e ne viene fortemente emozionato. Nel 1961, dopo il servizio militare, Mariani riprende l’attività di assistente nello studio di Funi, attività che culminerà con la realizzazione della Pala di S. Giuseppe per la Basilica di S. Pietro in Vaticano e nella grandiosa decorazione ad affresco e a mosaico della cupola e dell’abside del Santuario di S. Antonio a Rimini. Questi lavori proseguono dal 1963 al 1965 e rappresentano anche l’ultima collaborazione con Funi.
1965: Prende casa e studio in via Andrea del Sarto 9 a Milano; è una casa con giardino interno e questo sarà per tutto l’anno successivo il tema dominante dei suoi quadri (Giardino in città e le Serre). Durante il viaggio di nozze con Ritva in Sicilia, a Capo d’Orlando è invitato al locale Premio di pittura e ne risulta vincitore. Nell’autunno ha l’occasione di conoscere a fondo l’opera di Sutherland visitando la grande mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. Inizia a frequentare a Milano la Galleria 32, allora ancora in piazza Repubblica, diretta da Alfredo Paglione e Renata Usiglio. Qui tiene la sua prima mostra personale in ottobre con una serie di paesaggi elaborati sul tema della Finlandia visitata l’anno precedente. A Roma si incontra con Enrico Crispoli che si interessa costantemente del suo lavoro.
Tutto il 1966 è dedicato all’analisi e allo studio della pittura di Sutherland (ambiguità tra mondo animale e mondo vegetale: le Serre e Giardino in città).
1967: È l’anno della maturazione per quanto riguarda i temi e il linguaggio Si verifica un progressivo abbandono dei motivi naturalistici e le forme diventano più emblematiche. Rimane la costante del “fiore” ma ora è una sorte di natura artificiale. La struttura dei quadri è quasi araldica con ampie fasce parallele di colori timbrici. Alla fine dell’anno nascono i primi quadri della serie “Oggetti allarmanti”: compaiono i cuscini, le poltrone, gli stivali, tutti gli elementi iconografici che Mariani utilizzerà costantemente fino al 1973. Fagone lo invita a Palermo alla Galleria la Robinia insieme a Barbatella, De Filippi, Olivieri e Spadari: inizia così un sodalizio di artisti milanesi che continuerà per moltissimi anni.
Primo viaggio a Parigi dove prende contatto con gli artisti francesi della figuration-narrative: Arroyo, Rancillac, Aillaud, Klasen. Incontra Gérald Gassiot-Talabot.
1968: E’ invitato al Salon de La Jeune Peinture insieme a Barbatella, De Filippi, Gobbi e Spadari. Prepara quattro tele di cm 200x160 sul tema della contestazione. Poi il soggetto viene modificato: il tema del Salon sarà “Police Culture”. Con gli artisti suddetti organizza un environment formato da cinque sipari di grandi dimensioni atti ad essere penetrati come in un percorso immaginario attraverso le genesi dell’agente di polizia. Esplode il maggio francese. Il Salon è rinviato. Partecipa al collettivo di artisti milanesi che manifestano il loro dissenso verso la gestione delle strutture culturali. La contestazione toccherà l’apice con l’occupazione della Triennale di Milano e della Biennale di Venezia.
È invitato da Crispolti ad Alternative Attuali 3 a L’Aquila. Enrico Baj lo presenta ad Edouard Jaguer e così entra a fare parte del gruppo internazionale Phases.
Adolf Kroupa, direttore della Dum Umeni di Brno, su consiglio di Jaguer visita il suo studio e così viene programmata una sua mostra in Cecoslovacchia.
1969: Ha luogo a Parigi il Salon de la Jeune Peinture rinviato l’anno precedente. L’environment degli italiani riscuote vivo interesse. La rivista Phases pubblica con continuità sue opere e Jaguer organizza la prima mostra personale di Mariani in Belgio presso la galleria Arcanes. Incontra Jean Dypreau e Jean-Pierre Van Thieghem. Vince il Premio di pittura di Alcudia. Incontra Gian Franco Bellora ed inizia la collaborazione con lo Studio Santandrea di Milano. Crispolti gli organizza una mostra personale nell’atelier di Bruno Piattelli a Roma all’epoca attrezzato anche come galleria.
La rivista Phases di Parigi gli dedica la copertina e pubblica “L’osservatore mondano”.
Firma il contratto con lo Studio Santandrea dove in maggio espone per la prima volta una serie di quadri del ciclo gli “Oggetti allarmanti”.
1971: Il Nykytaiteen Museo di Tampere organizza una sua mostra personale in concomitanza con quella degli amici finlandesi Jalavisto ed Osipow. Consce Sara Hilden che acquista una sua opera. Continua la sua collaborazione con lo Studio Santandrea di Milano. Jean Dypreau lo invita alla 6a Exposition International de Knokke Heist dove viene premiato con il Gran Prix. Trasferisce la casa e lo studio in via Andrea del Sarto 11. Inizia il ciclo di dipinti chiamati: “Daumier: andata e ritorno”. È un diretto riferimento alla satira politica e sociale del grande pittore e caricaturista francese. Rappresenta per Mariani il momento di più forte adesione alle istanze ideologiche del post ’68. Stringe rapporti stretti con quegli artisti milanesi della sua generazione più impegnati a trattare i temi della vita sociale e politica: Baratella, De Filippi, Spadari, Cavaliere.
1973: Questo è l’anno del breve ciclo detto “La citazione differente”. I titoli sono: “Ritratto di Piero Manzoni”, “Ceci n’est pas un Magritte”, Le lacrime della Signora Jones”. E’ il momento della riflessione e dell’indagine; il drappeggio diventa protagonista centrale.
1974: La mostra “4 peintres et une ville: Milan” ha un seguito prestigioso. Pierre Gaudibert direttore a Parigi del Musée de la Ville (ARC 2) vuole la mostra. Il catalogo dovrebbe portare un testo di Vittorio Fagone, ma un incidente tecnico non fa giungere in tempo la traduzione. Cambia anche il direttore del Museo: Gaudibert è costretto a dare le dimissioni.
Suzanne Pagé, la nuova direttrice, mantiene gli accordi e il mese di giugno si inaugura. Il mese prima lo Studio Santandrea aveva presentato le opere di Mariani in anteprima a Milano. In settembre Mariani progetta il primo quadro del ciclo “Alfabeto afono”. Sono due lettere drappeggiate S ed A. La sigla del ristorante Saint Andrews dove l’opera trova collocazione. In seguito altre imprese e società commerciali seguiranno l’esempio, così alcuni collezionisti: Zucchi, Beolchini, Griffin, Franchi, Dossi, Benuzzi etc. Jaguer organizza una grande mostra Phases al Musée d’Ixelles (Bruxelles) e Mariani è invitato con due importanti tele.
1975: Lavora intensamente sul tema dell’”Alfabeto Afono”. Con questo titolo in maggio presenta una mostra allo Studio Santandrea. Produce opere anche di grandi dimensioni che spesso presentano la doppia versione: una in bianco e una in nero, una sorte di positivo e negativo. Stipula un piccolo contratto con la galleria Bellechasse di Parigi.
1976: “Alfabeto afono” ha successo; lavora sul tema anche se si affacciano nuove problematiche. Il gioco illusorio di presenza e cancellazione della parola stimola Mariani a spingere l’esperienza verso forme più articolate. Conosce Flavio Caroli.
1977: La Galleria Paul Facchinetti di Parigi presenta nel proprio stand alla Fiera di Bologna quattro grandi quadri di Mariani e qui viene presentata la prima tela del ciclo “Teorema”. Due grandi morse da falegname stringono alle estremità la tela dipinta. Si è introdotto nell’opera di Mariani il rapporto dialettico tra la forma virtuale dipinta e l’oggetto fisico reale. Sviluppa per tutto l’anno la serie “Teorema”, tele di uguale misura cm 80x195 (o multipli) dove materiali differenti vanno ad interferire con il drappeggio dipinto. È invitato alla mostra Mythologies Quotidiennes al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris. Lavora per più di un mese a Parigi nello studio di Tsoclis dove prepara tre tele per la sala della mostra. È invitato al Salon de Mai.
Marisa Vescovo lo invita con una mostra personale alla Sala Comunale di Alessandria. In catalogo testi di Marisa Vescovo e Bruno Corà. Flavio Caroli recensisce la mostra con un ampio articolo in terza pagina sul Corriere della Sera.
1978: Lo Studio Santandrea interrompe il contratto.
1979: È un anno di riflessione. Sviluppa temi ancora affini a quelli di “Teorema” ma senza notevoli innovazioni.
Flavio Caroli lo invita a “Testuale: parole e immagini” alla Rotonda della Besana di Milano.
1980: All’inizio dell’anno Omar Aprile Ronda prende contatto con lui. L’anno precedente ha visitato la mostra di Ferrara e l’interesse si concretizza con una proposta di lavoro continuativa. Gli acquista diversi quadri di grandi dimensioni della serie “Teorema”. Prosegue la realizzazione di installazioni esplicitamente riferite al teatro: nasce la serie chiamata “Il luogo dell’illusione” e quella detta “Relitti di scena”. Sono citazioni di forte marca Dechirichiana e Magrittiana ma con una spazialità più frantumata. Contemporaneamente affiora anche un preciso interesse per il barocco. Le installazioni vengono esposte per la prima volta in aprile al Castello di Portofino in una mostra presentata in catalogo da Mirella Bentivoglio. Con Staccioli, Stefanoni e Lucci espone a Varsavia alla Galleria Studio. Mediante Aprile Ronda Conosce Marie Louise Jeanneret e subito la gallerista di Ginevra si interessa al suo lavoro. È invitato per un anno negli ateliers di Bissano. 1981: Baratella, Mariani e Stefanoni sono i tre protagonisti della mostra “Het Verhaal, de Illusie, de Sumbolen” ospitata da Florent Bex all’Internationaal Cultureel Centrum di Anversa. Per Mariani il testo in catalogo è di Luisa Somaini. La fondazione Gordon Matta-Clark entra in possesso di una sua installazione dal titolo “Il luogo dell’illusione”. Rossana Bossaglia lo invita alla Mostra “Lombardia: vent’anni dopo” al Castello Visconteo di Pavia. Lavora sempre ai temi teatrali ed esegue la serie detta “Relitti di scena” metafora desunta dai “Relitti della memoria di Magritte” Lascia l’insegnamento nella scuola pubblica e su invito di Guido Ballo entra come insegnante di Pittura nella Nuova Accademia di Milano diretta dallo stesso Ballo.
1982: Ugo Carrega lo invita con una mostra personale alla Galleria Mercato di Sale di Milano. Espone 4 installazioni. La Galleria Dossi di Bergamo ospita la mostra “Verum Factum”, progetto e testo di Luisa Somaini, una mostra sul tema dell’inganno percettivo con Pietro Coletta, Tim Head, Mariani e Tsoclis. Lavora ad Atene e prepara le opere per la mostra alla Galleria Oraisma di Vicki Dracou. In luglio presenta ad Ostenda lavori specialmente realizzati per gli ambienti eccentrici della Galleria Fabien de Cougnac. In ottobre la Galleria Jeanneret espone al Fiac di Parigi tre opere di Mariani acquistate dalla famiglia Kennedy.
1983: La Galleria Dossi di Bergamo in una mostra personale ripropone le opere del “l’Alfabeto afono” dal 1974 al 1979 con un catalogo contenente l’antologia critica. Rossana Bossaglia sceglie due sue opere degli anni ’60 per la Mostra “ Il Pop Art e l’Italia” presentata al Castello Visconteo di Pavia.
1984: Lavora ad Atene per la seconda mostra con Vicki Dracou (Galleria Omega) che viene inaugurata con grande successo. Le opere sono tutte vendute. Prepara i quadri e una grande installazione per la mostra a Ginevra da Marie Louise Jeanneret: è inaugurata in ottobre con testo in catalogo di Guido Ballo.
1985: Il soggetto scenografico palesemente teatrale sta esaurendosi mentre va affiorando l’interesse per forme barocche meno descrittive. Nasce il ciclo “Specchi”, sagome ellittiche dalle quali affiorano forme spezzate di cornici. L’oro, il piombo e la pittura instaurano un rapporto dialettico molto vitale. La citazione dinamica e vitalistica del barocco è palese. L’illusione come centro nodale, ma proposta ora in chiave fortemente metaforica.
1986: Sviluppa ancora il tema degli “Specchi” e con l’editore Preparo progetta un libro che raccolga alcune opere scelte di questo soggetto, dove accanto alla riproduzione delle installazioni sia presente un originale realizzato con tecniche e materiali diversi esemplificante in modo diretto la natura e i materiali dei lavori riprodotti.
Il Museo d’Arte Contemporanea di Montreal organizza una grande mostra per celebrare i 20 anni della Galleria Graff: è invitato con due installazioni della serie gli “Specchi”.
1987: L’Ente Fiera di Milano gli mette a disposizione un grandissimo stand dove può esporre una serie di grandi lavori. Acquista lo studio di Via Mecenate 76 a Milano.
1988: La Galleria Millenium raccoglie un certo numero di sue opere degli anni ’70 con le quali organizza una mostra a Milano allo Studio Col di Lana. A partire dall’autunno realizza un ampio ciclo di lavori (“Senza titolo”) dove il panneggio dipinto entra in gioco dialettico con sagome sovrapposte di lettere e numeri tagliate in lamiera. Permane la sagoma ellittica come elemento costante e continuativo desunto dagli “Specchi”. E’ invitato a “Textilia” e partecipa con una installazione del 1984 espressione di una forte teatralità dove un tessuto reale a sipario dialoga con la finzione del drappeggio dipinto.
1989: Sviluppa il tema dei “ferri”, le sagome delle lettere e dei numeri in lamiera arrugginita o argentata. Realizza inoltre una serie di piccoli lavori utilizzando la lamina di piombo. Il piombo utilizzato come un tessuto a pieghe irrigidite e in esse è possibile imprimere un’impronta: la forma celata. Hanno un buon successo. La Biblioteca Nazionale di Firenze organizza una mostra dal titolo “Pagine d’Artista”. Invia il libro “Specchi”; una copia rimarrà nella collezione permanente. Flavio Caroli lo invita a “Italian Contemporary Art Exhibition” al Museo di Taiwan.
1990: Durante l’anno lavora sia ai “ferri” che alla serie dei piombi. Riprende anche il tema “Autobiografico”. Ora lavora con questa tecnica e con i Kristall con continuità. Parole e date scritte sono avvolte da un materiale plastico trasparente: sono citazioni di fatti e di date inerenti la vita di Mariani. Il colore cancella in parte il messaggio visivo. Tino Stefanoni lo fa incontrare con Edoardo Manzoni della Galleria La Polena di Genova. La Galleria propone un suo “Specchio” ad Art Basel in giugno.
1991: La Galleria Millenium ripropone alla Frankfurter Kunst Messe il gruppo milanese degli anni ’60 - ’70: Mariani, De Filippi, Baratella e Spadai. In marzo nelle ampie sale della Galleria La Polena viene ospitata una mostra recante il titolo “Specchi” con quattro installazioni di Mariani dello stesso titolo. La Fondazione Mudima di Milano progetta per il ’92 una mostra storica del gruppo, celebrazione del ventennale delle mostre di Bruxelles e di Parigi. Con Cesare Marraccini e Tancredi fanno nascere il progetto per l’antologia di Teramo. Crispolti curerà i testi. Lucrezia De Domizio gestisce il “Luogo del desiderio”, progetto culturale legato agli spazi comuni di via Mecenate. Lavora intensamente per le installazioni progettate per la nuova galleria di Aprile Ronda a Biella. Lo spazio è grande e affascinante e va gestito con impegno. La galleria Atrium inaugura alla fine di novembre la mostra di Mariani.
1992: In maggio si inaugura la mostra al Nuovo Museo Archeologico di Teramo. 15 sale ospitano 80 opere che rappresentano 25 anni di lavoro (1966-1991)
Il catalogo è curato da E. Crispolti e reca inoltre una poesia di Miklos Varga, un’antologia critica con testi di E. Jaguer (1969), G. Gassiot-Talabot (1975), M. Bentivoglio (1980), L. Somaini (1982), G. Ballo (1984).
La Galleria La Polena presenta a Basel ’92 una grande installazione datata 1979 di forte sapore teatrale. La stessa Galleria a Genova in novembre presenta una personale di Mariani dal titolo “Arte come spettacolo” (opere 1970 - 1980). Vi vengono raccolte cinque installazioni dai titoli espliciti “Relitti di scena”, “Il luogo dell’illusione”, “Sipario”. Elena Pontiggia ne offre un’ampia recensione sul “Giornale”. Durante l’estate è ospite di Tsoclis a Tinos. Da questo soggiorno ricava alcuni lavori della serie “autobiografico”. La mostra alla Mudima è rimandata. Il libro “Specchi” edito da Preparo è esposto al MOMA di New York nell’ambito della mostra “The Artist and the Book in 20th Century Italy”, ott. 1992 - feb. 1993, Catalogo Allemandi.
A Turnhout in Belgio la Fondazione Gordon Matt-Cark espone un’installazione di Mariani.
1993: Ad Art Basel la Galleria La Polena presenta tre piombi. La rivista Art in Italy gli dedica la copertina ed un ampio servizio interno con testo di E. Crispolti.
1994: All’ “Arte Fiera di Bologna” sono 5 le gallerie che presentano opere di Mariani: Galleria Annunziata (installazione “Grande Piombo”), Galleria La Polena, Galleria Steccata, Galleria Millenium e Galleria Fioretto.
Il libro “Specchi” è esposto alla Fondazione Guggenheim di Venezia.
La rivista Abitare nel numero di dicembre pubblica un servizio di sei pagine dedicato al suo studio abitazione. A Basilea incontra Demetrio Paparoni.
1995: La Galleria Eos di Milano in maggio inaugura una grande mostra personale: quattro installazioni (“Grande Ferro” 1995, cm. 280 x 460 - “ Relitti di scena” 1994, cm. 303 x 245 - “Grande piombo” 1993, cm. 245 x 200 - “Anamorfosi della lettera E” 1991, cm. 290 x 460) e poi la scultura in vetro e 28 piombi.
Con l’Editore Parise di Verona pubblica il ricco volume “Mariani - Vandrasch” con una poesia di Gian Carlo Majorino e testo critico di Elena Pontiggia. Nel corso della mostra il volume è presentato da Demetrio Paparoni. Mauro Staccioli ed Emilio Tadini.
1996: In Gennaio il libro “ Mariani - Vandrasch” è presentato a Bologna da Giorgio Celli e Paola Serra-Zanetti nella Saletta del Circolo Artistico Iterarte.
Roberto Peira invita Mariani nella sua Galleria di Brà: titolo della esposizione “Piombi”. Durante la mostra nelle sale della Banca Popolare di Novara viene presentato lo stesso libro con l’intervento di Marco Rosci, Vanna Pescatori e Maurizio Sciaccaluga. Edoardo Manzoni amplia il programma de “Su Logu de S’Iscultura”. Dopo Staccioli a Tortoli vengono inaugurate due importanti sculture di P. Coletta e A. Renda.
1997: In febbraio inaugura una mostra a Milano presso il Centro Arte con opere dal 1972 a 1996. Nell’officina Bogani a Limbiate iniziano i lavori per “ Grande Sipario”, scultura in acciaio corten di m. 3,80 x 8,90. Il 31 maggio viene inaugurata in piazza Racugno a Tortolì. Al convegno inaugurale intervengono Rossana Bossaglia, Fabio Cavallucci, Lucrezia De Domizio, Giannella De Mure. Negli stessi mesi vince in collaborazione con Fernando De Filippi il concorso nazionale per la realizzazione della monumentale Via Crucis (marmo di Carrara com. 300 x 1800) destinata alla chiesa della Nuova Casa Circondariale di San Remo. I lavori termineranno a settembre.
1998: Ancora in collaborazione con Fernando De Filippi vince il concorso nazionale per una scultura monumentale da collocarsi nella caserma dei Carabinieri ad Amelia (Terni). Nel mese di maggio è invitato dal Comune di Milano a tenere una mostra personale a Palazzo Reale. La rivista Art e Life dedica la copertina del numero di gennaio alla scultura “Grande Sipario”. Sempre nel numero di gennaio 1998 la rivista tedesca MD pubblica cinque pagine dello studio e della casa di Mariani.
1999: Inizia il ciclo di opere dal titolo “Taghelmoust”. Nella lingua dei Touaregh è così chiamato il drappeggio che ricopre la testa ed il viso degli uomini. Sono forme e materiali già utilizzati negli anni precedenti che ora appaiono con il profondo colore blu indaco caratteristico per queste popolazioni. Ma anche forme nuove desunte dall’architettura in fango e sterco delle loro moschee.
E’ invitato alla XIII Quadriennale di Roma dove espone la grande scultura “Patroclo”. Viene incaricato dalla FRETTE di progettare il “logos” della ditta. Realizza 54 opere di grandi dimensioni (tondi di 200 cm. di diametro) con tecniche di pittura, scultura e serigrafia, che saranno collocate nei loro punti vendita sparsi nel mondo.
Lucrezia De Domizio gli commissiona un’opera per la sua casa-collezione di Bolognano che è terminata ed inaugurata nel mese di settembre.
2000: Sviluppa ed arricchisce il ciclo “Taghelmoust” e con lo stesso titolo in Novembre inaugura una sua personale a Biella presso la Galleria Caltex. Vengono inaugurati i punti vendita Frette a Los Angeles, San Francisco, New York, Parigi, Hong Kong e Londra, ognuno corredato da una scultura. Ottimi risultati ed ottimi riscontri.
2001: In marzo inaugura a Bruxelles alla Galerie Artiscope la mostra “Taghelmoust” (il velo). Come al solito Zaira Mis pubblicizza molto bene la mostra che viene recensita con ampi testi sia da Gilles Sorel sulla rivista “Deco Idées”, sia da Colette Noel sul quotidiano finanziario “Het Financieel Daglbad” di Amsterdam, sia in Italia da Laura Dago su “Gioia”.
2002: A fine febbraio inaugura una mostra a Milano allo Spazio Annunciata. Si concretizza così un vecchio progetto di Sergio Grossetti che ora può ospitare negli ottimi spazi della nuova galleria opere di Mariani di grande formato. Il titolo è sempre “Taghelmoust”, ma per la prima volta viene realizzata una scultura inerente al titolo di dimensioni ottimali: più di tre metri di altezza per due metri e mezzo di profondità.
Edoardo Manzoni, presente all’inaugurazione, propone la mostra ampliata al “Festival Time Jazz” di Berchidda in Sardegna. L’interesse e la passione per il Jazz accomunano Mariani e Manzoni. Il tema del Festival 2002 è Arte e Musica. In collaborazione con il PAV (Progetto Arti Visive) di Sassari, in un antico laboratorio del sughero, realizza quattro ambienti che attraverso sculture e luci diverse evocano forme e suggestioni africane. Realizza anche la scenografia per la serata conclusiva del Festival incentrata esclusivamente sul gruppo “Farafina” del Burkina-Faso.
2003: La rivista “Terzoocchio” di Bologna gli dedica la copertina.
A metà febbraio inaugura nelle sale della “Galleria Comunale” di Castel San Pietro Terme una mostra personale. Coordinatrice del progetto è Carola Pandolfo su iniziativa dell’assessore Bruno D’Amore.
Il titolo è ancora “Taghelmoust: il velo”. Testo in catalogo di Flaminio Gualdoni. In aprile tiene la sua prima mostra personale in Olanda nella Galerie Conny Van Kasteel ad Egmond Aan Zee. La galleria presenta un programma particolare che da sempre consiste in un accoppiata tra un artista italiano ed un artista olandese. Dopo Del Pezzo, Staccioli e Castellani ora è la volta dei rilievi a muro di Mariani insieme alle sculture dell’olandese Peter Jansen.
2004: A fine maggio inaugura a Firenze nelle sale dell’Etoile Toy Art Florence una mostra personale dal titolo “ Relitti di scena”. L’esposizione è curata da Giuliano Serafini e presenta cinque grandi installazioni realizzate negli anni ’80 e ’90. Nel giorno del vernissagge un gruppo di allievi realizza una performance coreografica curata da Keith Ferrone con musica di Pankow F.M. L’evento è inserito nella settimana della cultura promossa dal “Ministero per le attività Culturali e per lo Spettacolo dal vivo”.
Nel mese di ottobre la stessa mostra è ospitata nello Spazio Cesare da Sesto, Palazzo Comunale di Sesto Calende.
Lo “Spazio Hajech” del liceo artistico di Brera presenta nel mese di marzo una mostra personale di Mariani riferita agli anni nei quali è stato insegnante nello stesso liceo.
La Nine Gallerie presenta alla RAI-Fiera d’Arte di Amsterdam una parete con sette opere di Mariani, ne vengono vendute tre.
La Galerie Malichin di Baden-Baden organizza nel mese di maggio una esposizione dal titolo Skulpturen und Malerei-Dialog mit Afrikanischer Kunst”. Con alcune opere di Iginio Balderi e sculture africane, sette quadri di Mariani dagli anni ’70 agli anni 2000.
Nel mese di novembre riceve l’invito per la XIV Quadriennale di Roma. La rivista ItaliaImballaggio gli dedica la copertina del numero di marzo.
2005: D’accordo con Luciano Caramel, commissario della Quadriennale progetta una libera ricostruzione di un edificio di fango tipico del deserto. Questa edizione della Quadriennale si tiene eccezionalmente nelle sale della Galleria Nazionale a Valle Giulia. L’opera desta vivissimo interesse tra la critica e il pubblico. Nel giorno dell’inaugurazione la presenza fisica di un Touaregh con i caratteristici addobbi accentra l’attenzione. La televisione nazionale trasmette in diversi notiziari l’immagine dell’opera. Incontra Mara Coccia che si dimostra assai interessata al suo lavoro. Così la stampa quotidiana e le riviste specializzate citano la scultura.
E’ invitato a “2005 Miniartexil - Como”. Presenta una grande installazione del 1980 dal titolo “Il Luogo dell’Illusione” nella quale appare un intrigante confronto tra tessuti dipinti e tessuti reali. La mostra si tiene nella chiesa sconsacrata di S. Francesco.
2006: Inizia la collaborazione con la galleria Progettoarte-ELM, che espone le sue opere nelle principali fiere italiane.
2007: L’editore Mazzotta di Milano pubblica un volume di 142 pagine dal titolo “Autobiografico - Un po’ dappertutto” con introduzione di Remo Bodei.
2009: in gennaio è a lui dedicata una mostra personale presso la galleria Progettoarte-ELM.
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Mostra precedente: Enzo Brunori
inizio 08-11-2008 fine 31-12-2008
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Enzo Brunori nasce il 13 luglio 1924 a Perugia, dove si forma all’Istituto d’Arte con Domenico Caputi, che lo indirizza verso la Scuola Romana, ed Enzo Rossi, che lo influenza profondamente, indicandogli il magistero di Cézanne. Dal 1944 è allievo di Gerardo Dottori nell’Accademia Pietro Vannucci. Nell’immediato dopoguerra le lezioni di Lionello Venturi nell’Università per Stranieri gli fanno amare la pittura francese moderna. Nel 1946 ha la sua prima mostra personale, a Perugia, alla Galleria Nuova, presentato da Caputi. Nel 1947 partecipa al I Premio Perugia con Fiori secchi, mentre nel 1948-9 la sua ricerca evolve in un postcubismo che si confronta con echi neoplastici. Dal 1950 è stabilmente a Roma, a Villa Massimo, raggiunto nel 1952 dall’amata compagna, la pittrice Vittoria Lippi; è vicino a Rossi e a Leoncillo, e dal comune lavoro sul medesimo soggetto nasce il tema Sedia, cappotto, cappello. Tiene la prima personale romana alla Galleria Il Pincio, nel 1951, mentre nel 1954 espone con Rossi alla Galleria Schneider, dove tornerà nel 1955, in una mostra organizzata da Nello Ponente, accanto a Dorazio, Nativi, Perilli, Romiti e Sanfilippo. In quegli anni, nella serie delle Mimose, la natura e il colore divengono protagonisti e la sua pittura perviene a una solida configurazione personale. Stimato da Lionello Venturi, Nello Ponente, Palma Bucarelli, la sua collocazione è confermata dalla partecipazione ad esposizioni quali Arte Astratta (1952) e Arte astratta italiana e francese (1953), alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, a Roma, mentre Giovani pittori, dopo Roma, a Parigi e Bruxelles, lo impone all’attenzione anche internazionale. Sebbene abbia rifiutato di entrare nel gruppo degli “Otto pittori italiani”, promosso da Venturi, il suo linguaggio è rubricato nelle proposizioni “astratto-concrete”. Nel 1955-56 espone alla VII Quadriennale, a Roma, ma la consacrazione critica ed espositiva avviene nel 1956: Maurizio Calvesi ne specifica la posizione in occasione della personale alla Galleria La Medusa, a Roma; Nello Ponente lo presenta alla Galleria Il Milione, a Milano; Enrico Crispolti ne fornisce una prima importante collocazione e sistemazione storico-critica in un saggio in “Commentari”; infine partecipa alla XXVIII Biennale veneziana. Nel1957, presentato da Crispolti, espone con Romiti e Ajmone alla Galleria La Salita, a Roma, e all’inizio del ‘58 alla Galleria Medusa in Colore e immagine. È il momento in cui definisce “l’orientamento del proprio destino pittorico”. Frattanto, aveva esposto a New York in Painting in Post-War Italy, primo capitolo di una mai conclusa avventura americana. Nel 1958 stesso Venturi lo presenta nella personale alla Medusa, introducendo, nel medesimo anno, anche la monografia di Maurizio Calvesi nelle Edizioni Mediterranee. Il pittore perugino Dante Filippucci gli dedica un saggio, mentre una nuova intonazione marina e notturna, documentando un non estrinseco ascolto dell’esperienza “informale”, ne segna tuttavia la divergente irreversibile scelta di campo - cfr. Notte d’Amalfi, esposto alla XXIX Biennale -. Nel 1959 ha uno spazio personale nella VIII Quadriennale, a Roma, presentato in catalogo da Franco Russoli. L’affermazione statunitense si consolida con la personale alla Kleemann Gallery, con in catalogo un testo di Venturi, come all’inizio dell’anno anche alla Galleria Pogliani a Roma. Il 1960 è un anno a suo modo cruciale: dissensi profondi lo portano a rifiutare l’invito alla Biennale di Venezia e il suo percorso si snoda verso l’insegnamento. Direttore dell’Istituto d’Arte di Cortina d’Ampezzo, passerà a Civitavecchia nel 1965. Nel corso del decennio si intensifica il dialogo con il collezionismo internazionale: è a Chicago nel 1961, a Losanna nel 1962, a Basilea nel 1963. Nuove esperienze provengono anche dal mondo della critica, come dimostrano i saggi di Giovanni Carandente (1961), le presentazioni di Marcello Venturoli per Il Milione (1961) e La Loggia, a Bologna (1962), e di Marco Valsecchi nel Bollettino della Galleria Penelope (1963), dove di lui si occupa anche Ponente. Sono anni nei quali pone un dialogante controcanto alla poetica segnico-gestuale, materica e spesso polimaterica, dell’Informale, di cui Brunori, convinto assertore del medium pittorico, non condivide la radicale immediatezza. Nel 1963 due acuti lettori di questa fase sono Giovanni Michelucci e, nella monografia pubblica dal Milione, Elizabeth Mann Borgese. Con quest’ultima e Vittoria, Enzo si reca in India, traendone una fascinazione indelebile, recepita nella tavolozza e nell’iconografia di molti suoi quadri - cfr. Nirvana, gli Sciamani -. Nei primi Sessanta l’autenticità esistenziale sempre a monte della sua creatività lo spinge a una meditazione religiosa e cosmogonica - cfr. Per un vero volto -. Nel 1967 è nominato Cosegretario Nazionale della Federazione Artisti della CGIL, mentre politicamente elabora, con il Partito Socialista, una proposta di riforma della Biennale di Venezia. Espone nuovamente al Milione con due personali, nel 1966, presentato da Giuseppe Gatt, e nel 1969, a cura di Cesare Vivaldi, con il quale inaugura un importante sodalizio critico. I tempi sono maturi per una sistemazione storica degli anni che sono anche quelli delle sue prime vicende di ricerca: è questo il senso di Artisti Astratto-concreti 1950-55, ordinata nel 1970 ad Avezzano da Ponente. Nella medesima direzione va la monografia di Vivaldi del 1972, pubblicata dalla Società Editrice Michelangelo, a Roma. Dallo stesso anno è Docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti de L’Aquila. Intanto, diversifica la propria produzione artistica impegnandosi anche nella grafica e in sperimentazioni ceramiche. Trasferitosi a metà decennio all’Accademia di Roma, dal 1974 passa lunghi periodi nella casa del Villaggio dei Pescatori, a Fregene, vicino alla foce dell’Arrone, dove nascono le molte opere dedicate al mare, al fiume e al rifrangersi delle onde. Di lì a poco saranno invece i gabbiani, con il loro volo libero a occupare come stormi palpitanti, le tele brunoriane dagli ultimi Settanta agli Ottanta. È l’ennesima evoluzione, all’interno di coordinate mai sillentite, del suo afflato lirico evocativo, intensamente coloristico. Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica (1978), è anche Benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte. Prima della fine del decennio escono una monografia di Gatt e un volume di versi dedicatigli dal poeta Gianfranco Pernaiachi. In più occasioni espositive è presentato dal teorico dell’astrattismo storico Carlo Belli. L’immersione nella natura, mai abbandonata, trova nuove ragioni e forme nel ciclo L’albero di Aachen, negli Ottanta. Per la grande antologica ordinata a Perugia e a Faenza da Mariano Apa dipinge Le Quattro Stagioni, quasi in dialogo ideale con l’analoga opera di Dottori, suo antico maestro.Vi riassume, nelle trasparenze liquide del colore come negli addensamenti improvvisi, quattro aspetti della natura, quattro stagioni della vita, quattro condizioni esistenziali. La passione inesausta per la pittura lo porta ad ulteriori approfondimenti di effetti di luce e cromatici quasi acquorei nei mesi in cui Maurizio Fagiolo dell’Arco ordina l’ultima antologia a Canelli (1992). A Monticino, dove trascorre l’estate presso l’amico gallerista Attilio Zammarchi, concepisce un ennesimo capolavoro - A Monticino (glicine) - in cui colore e luce osmoticamente si risolvono l’uno nell’altra. Si spegne a Roma il 13 maggio 1993, esaudito l’ultimo desiderio: sposare Vittoria.
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Mostra precedente: Antonio Carena
inizio 24-05-2008 fine 19-07-2008
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Facitore di cieli
“Venne a trovarmi il poeta cinese Duo-duo e mi capitò di domandargli come gli apparisse il cielo. Il suo soave sorriso non variò, subito mi volle ammaestrare con una mossa secca e tagliente delle mani, accennando a quanto ci attorniava e dicendo: « Qui sulla terra tutto è squadrato. Ma se sollevo lo sguardo al cielo!» Tracciò un gesto circolare: «Tutto si allarga all’infinito, circonda, forma una sfera. Nel cuore della sfera c’è il quadrato della terra»”.
Elèmire Zolla 1
Quadri che vanno saputi anche leggere e testi che vanno saputi anche guardare.
Il linguaggio è un’attività, un processo incessante di creazione e la creatività del linguaggio è creatività significativa, analoga all’arte. Già Benedetto Croce affermava che il linguaggio è un fenomeno estetico e il termine chiave, fondamentale nella sua concezione, è “espressione”. Secondo il filosofo napoletano qualsiasi genere di espressione è, alla radice, artistica e dunque anche i modi di esprimersi, in forma scritta e in quella dialogica interpersonale e pubblica del pittore Antonio Carena presentano un punto di appiglio (in certi casi il primo varco semantico di conoscenza) per una lettura della sua opera. Opera intesa in senso unitario, linguaggio e pittura interagiscono in un sistema fluido.
Per chi lo conosce sa che il pittore è un appassionato della parola, un conversatore affabile nonchè inventore di un lessico originale, al pari dei suoi “cieli”, produzione pittorica più nota. I neologismi, i motteggi e il frasario con cui si esprime possono costituire un parallelo espressivo e creativo al fare pittorico? Per rispondere è opportuno iniziare la riflessione dall’ipotesi che se se si adotta un’attitudine metodologica in cui il concetto di opera è usato in senso tendenzialmente semiologico, i “cieli” che si sono andati lentamente formando nel corso della sua vicenda pittorica possono essere considerati come un codice comunicativo. Un codice che ha avuto tra i prodromi proprio un’analisi sulle eredità lasciate dalle ricerche artistiche sorte a cavallo tra ‘800 e ‘900 interessate a costituire in sistema i propri mezzi espressivi e di attribuire loro una autonomia specifica. Louis Hjelmslev ha definito analogamente la linguistica strutturale “…un insieme di ricerche basate su un’ipotesi secondo cui è scientificamente legittimo descrivere il linguaggio come entità essenzialmente autonome di dipendenze interne, o, in una parola, una struttura…”. 3 Il codice “cielo” elaborato da Carena è analogamente un sistema autonomo regolato da segni, unità minime di significazione - lo spazio, la luce, il colore - che non sono dipendenti da un referente esterno. Il cielo careniano è cielo pittorico non reale, ed è astrazione all’ennesima potenza che ha abbandonato l’oggetto, oggettivizzandolo in pittura.
Per riassumere sinteticamente il percorso di ricerca, la prima fase “astrattista” dell’artista - testimoniata dalle opere Spazialismo uno, 1948, Interno, 1949 e La finestra, 1949, quest’ultima esposta alla XXV Biennale di Venezia del 1950 – è un’indagine sull’autonomia del quadro, quale dispositivo indipendente dalla funzione di rappresentazione, ma in seguito il razionalismo idealistico del procedimento astratto si è gradualmente sciolto in una grafia pulsionale, epidermica e magmatica. “Le prime prove informali di Carena, che sono anche tra le prime in Italia, appartengono agli anni 1950-’51, legate ad un profondo disagio esistenziale: Grate, 1950; Composizione, 1951; Data, 1951; Controluce o Grata, 1952; Religiosità entro un movimento, 1951-’52; Grata libera, 1952”, secondo Mirella Bandini, colei che ha condotto una esauriente ricognizione storico-critica del percorso dell’artista dal 1950 al 1994. 4 Il vissuto autobiografico registrato con meticoloso controllo degli strumenti pittorici lo ha spinto verso esiti che sono all’apice di un rigore espressivo e formale - Solitudine D.B. (Ghiaccio), Cielo XI, Pilastro di luce, Cielo 5G, tutte del 1959 – esaurendo di fatto il linguaggio informale ed evitando la deriva manierista. Maggiormente interessato alle componenti fenomenologiche, sulla scorta delle esperienze francesi dei nouveaux réalistes e delle prime avvisaglie pop, giunge a prelevare dall’ambiente circostante, nel contesto sociale e culturale di riferimento, frammenti oggettuali indicativi di una società serializzata e industrializzata: le lamiere e le pellicole specchianti – Tantoromanticopare, 1963, Carrozzeria, 1963, Pellicola-Ambiente 4 volte, 1964, Pelle ’64 +Interventottanta, 1964/1980, Pellicole, 1965 - sulle quali non è tardato che avvenisse un fatto nuovamente pertinente alla visione e strutturalmente interno alla pittura: i fenomeni di rifrazione e di specularità. Di cosa? Di un accadimento riflesso, durante una “situazione” di “attesa”, nella forma mentis dell’artista.
L’aneddoto dice che egli era in una piazza torinese in un momento d’ozio a causa del ritardo di un importante critico romano, e in quell’attesa si accorgeva del cielo, non quello atmosferico ma del suo doppio riflesso sulle superfici levigate e metalliche delle carrozzerie delle auto. Da quel momento il “cielo” è divenuto protagonista assoluto della sua pittura - a partire dalla metà degli anni sessanta – e lo caratterizza a tal punto da essere egli l’indiscusso “pittore del cielo”. Con questa assodata conoscenza del suo stile che si dà secondo un trompe-l’oeil rovesciato (“…una tecnica di inganno che non finge più di essere la realtà nascondendosi come pittura o scultura, ma svelandosi appunto come illusione costruita dentro il linguaggio” 5), noi abbiamo interiorizzato un codice e sentiamo come suoni familiari e interpretiamo come segni del suo linguaggio i cieli che vediamo nei soffitti delle sale d’attesa degli aeroporti, negli schermi dei bancomat o negli uffici di qualche autorevole international company, anche se non gli appartengono effettivamente. Quando vediamo un cielo, sia esso realizzato come soluzione di arredamento o come rivestimento murario esterno, il confronto immediato che stabiliamo non è con il cielo vero, quello che realmente esiste al di là da una finestra o sopra le nostre teste, ma con i cieli vaporizzati con l’aerografo da Carena. Per questo penso ad una lettura più estesa dei cieli intesi non solo come soluzione pittorica, riversata in innumerevoli varianti, ma come linguaggio che informa noi lettori dei suoi dipinti. In special modo gli ultimi, realizzati nel 2008, quadri che vanno saputi anche leggere e testi che vanno saputi anche guardare.
I cieli sono la cifra distintiva del suo lavoro, aerei e illusori, volatili come le parole, ma anche fisicamente tangibili e formulati come frasari entro superfici: tele, tavole, lamiere, pellicole, compensati, muri e pelle. Insomma il cielo portato a misura d’uomo. In ugual modo il linguaggio è stato elaborato dall’artista per essere misura di un percorso, privatissimo, di cui è stato possibile fare esperienza, dagli inizi della sua attività fino a non molto tempo fa, esclusivamente nei momenti di incontro e di conversazione 6, apparendo poi in maniera emblematica in forma scritta e documentale nel famoso testo di autopresentazione, “Parliamocichiaro” contenuto nel catalogo “Antonio Carena” a cura di Marisa Vescovo, che accompagnò l’antologica allestita alla Casa del Conte Verde a Rivoli nel marzo-aprile 1999. L’autopresentazione è stata più volte modificata dall’artista e immessa in successive pubblicazioni ed è interessante riportare la penultima versione perché può essere efficace istituire un confronto con il testo che l’artista ha aggiornato (pubblicato a pag XXX di questo volume), e che accompagna le sue produzioni esposte nella attuale personale di Acqui Terme.
Dal 1965 amo incielare porzioni, le più disparate (es.Fiat 500, 1967), orfanandole di qualsivoglia massificazione onde spiedistallizzare, per urgenza d’ironia minimizzante, quell’alto-dei-cieli di salvifiche memorie; parimenti, l’intenzionale bassura si avvale di fingitorie illimpidite da nuvol’azioni più serene del sereno. La fabbricità, con lo strumento del carrozziere verniciatore, è afferente ai prodromi (1963) che vertevano sui corni di una lettura del cielo riflesso sulle trance di lamiera speculare, redatte in carrozzeria. Un accadimento cielologico per un bastevole intrigo scaturente faciture disopacizzatrici di spazi neutri, in virtù di ripetizioni differenti di ennesime cielagioni: vuoi per esplicare lo scollamento della noia polverosa della quotidianità, vuoi per antitesizzarmi con la mia carta d’identità (1925) costringitoriamente sbiadita ma artatamente vivificata da pensieri colorarti, non disgiunti da mondane trompèttes.
antoniocarena, aprile 2007 7
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Mostra precedente: Collezione 20x20
inizio 08-03-2008 fine 03-05-2008
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L’idea ispiratrice di questa singolare rassegna è apparentemente semplice: commissionare un piccolo quadro, misura venti per venti, ad un esponente della pittura italiana del XX secolo.
Questo quadro “quadrato” dovrebbe rappresentare un tassello di un fantastico mosaico il cui disegno finale sarà la sorpresa e al tempo stesso l’evento della mostra stessa.
Ho scritto che l’idea è apparentemente semplice perché in realtà la simbologia del quadrato e quella del numero quattro vengono spesso associate. Così che anche la scelta della misura, venti per venti, ci ripropone cinque volte il numero quattro. La simbologia del quadrato e quella del numero quattro si trovano spesso abbinate per esempio dagli Ebrei che facevano del Tetragramma il nome impronunciabile della divinità (Jhwh); o dai Pitagorici che facevano del Tetraktys la base della propria dottrina.
Non vorrei, però, addentrarmi in dissertazioni alchemico-ermetiche che porterebbero il mio discorso a discostarsi dall’arte e dalla pittura, che sono invece l’idea portante che ispira questa rassegna. Diciamo invece che il quadrato, quale rappresentazione di stabilità, associato al numero quattro, quale numero di perfezione, offre una solida base all’espressione dei singoli artisti.
Inoltre, poiché ogni artista sarà rappresentato da tre opere, non posso non ricordare che se Platone considerava il quattro collegato alla materializzazione delle idee, vedeva nel numero tre il simbolo dell’idea stessa… Coincidenze?
Resta il fatto che tutte queste simbologie si adattino in modo stranamente pertinente alle coordinate di questa rassegna. Forse perché a monte c’è l’operazione di dipingere, collegata direttamente alla creazione, alla magia della creazione. Forse perché l’opera di piccole dimensioni aspira ad una sintesi suprema.
Il piccolo formato, infatti, non può rinunciare ad uno scavo profondo nella ricerca di ogni artista, il quale deve riuscire a concentrare in poco spazio il tempo di anni e anni di perfezionamento e maturazione.
Né si può ignorare che il quadrato, secondo una ricchissima tradizione, evoca con i suoi stretti limiti, il senso del segreto e del potere occulto. Quadrati magici, dunque, in cui segreto e potere sono parte stessa dell’Idea che l’artista abitualmente esplora, con la speranza di riuscire ad estrarne la propria pietra filosofale.
Dopo aver indagato la forma di questa Rassegna, vorrei soffermarmi sul suo contenuto. Devo però fare una premessa. Parlare di astrattismo nel terzo millennio, è come osservare con un binocolo rovesciato i movimenti d’avanguardia che hanno attraversato tutto il ventesimo secolo.
Esattamente cento anni fa, Piet Mondrian, Vasilij Kandinskij, Kazimir Malevic e Giacomo Balla scoprivano che si poteva vedere la realtà da più punti di vista. Solo attraverso il colore, solo attraverso i contorni delle cose, solo attraverso la geometria di un mondo visto dall’alto, o solo espandendo la pittura oltre il perimetro del quadro. Prospettiva ribaltata, scissione dell’atomo, velocità, sequenze fotografiche, avvento del cinema, cambiarono la percezione che gli artisti potevano avere del mondo circostante.
Dal momento che la committenza tradizionale si era sostituita all’urgenza espressiva e individuale dell’artista che, come uno scienziato, diventa un ricercatore puro, la domanda è stata: come rappresentare il nostro tempo?
Osservando oggi le tendenze che, a corrente alternata, attraversano il XX secolo, si può notare quanto il concetto di astrazione non faccia che progredire e maturare in parallelo a tendenze provocatorie e comunque ancora collegate alle rivoluzioni artistiche del XIX secolo. Penso alla Metafisica, al Surrealismo e all’Espressionismo. Movimenti che sono stati lo sviluppo naturale di alcune tendenze messe in moto da grandi personalità della fine dell’Ottocento.
Il concetto di astrazione, invece, che troverà nella seconda metà del secolo il terreno più adatto per fiorire e affermarsi, aveva già scritto la mappa dei propri itinerari all’inizio del Novecento.
Gran parte degli artisti invitati a questa rassegna rappresentano il meglio della ricerca non figurativa dell’arte italiana del secondo dopoguerra. Molti di loro potrebbero testimoniare il significato dell’avventura dell’astrattismo negli anni del Neorealismo. Il significato profondo della propria ricerca di libertà espressiva che si opponeva alle angherie intellettuali dei regimi neo-totalitari.
Già, perché dopo le proibizioni inflitte all’arte contemporanea dal regime dei Soviet prima e dal nazismo poi, la condanna dell’arte d’avanguardia bollata come “degenerata” è diventata definitiva e il suo disprezzo luogo comune.
Io stesso ho conosciuto artisti come Pietro Consagra, Antonio Corpora, Toti Scialoja, fino a Simona Weller che ha avuto la fortuna di essere amica di Giulio Turcato, Piero Dorazio, Giuseppe Capogrossi e Alberto Burri. Tutte persone che hanno combattuto con i pregiudizi del pubblico e della critica. Pregiudizi che oggi ci appaiono ottusi, spesso dettati da superficialità ed opportunismo politico.
Comunque, per capire meglio il clima in cui si è formata l’arte italiana contemporanea, occorre fare un passo indietro.
Alla fine del 1946 i giovani artisti Consagra, Turcato, Carla Accardi, Antonio Sanfilippo e altri si recarono a Parigi per due settimane nel quadro di uno scambio culturale organizzato dalla Gioventù Comunista. Quei giovani ebbero così modo di entrare in contatto con la moderna arte europea dopo anni di nazionalismo e chiusura delle frontiere all’informazione culturale. Videro da vicino le opere di Cèzanne e di Picasso, di Matisse e di Brancusi, di Klee e di Kandinskij. Furono accolti negli studi di Magnelli, Arp, Hartung, Giacometti e Leger, tornarono “gonfi di gioia”, perché a Parigi era tutto esaltante, sconvolgente. Amavano l’idea di far parte del Partito, che per loro rappresentava la speranza del futuro, ma al tempo stesso erano orgogliosi di essere italiani ed europei. Intuivano soprattutto che proprio loro erano destinati a diventare i provocatori della libertà di pensiero all’interno del Partito.
Non facevano i conti però con la reazione che avrebbe avuto Guttuso, che si considerava (ed era) il polo di attrazione della giovane arte italiana e come tale mal sopportava la defezione in massa dei suoi giovani colleghi siciliani (solo Turcato era veneto). Bisogna ricordare che la direzione del Partito con cui Guttuso si identificava puntava sull’arte popolare, sul significato e la tradizione della cultura popolare e persino sull’orientamento da dare alla poesia, alla critica e alla letteratura. Insomma, all’arte in generale.
Artisti come Dorazio, Guerrini, Perilli e persino Severini, che portava la propria testimonianza del Futurismo, frequentavano lo studio di Guttuso in via Margutta 48. Ma quando al “maestro di chiara fama” lo Stato assegnò uno studio a Villa Massimo, si creò una frattura definitiva. Cominciarono allora le polemiche e gli attacchi su Rinascita. Cominciò così la diffidenza e l’emarginazione per tutti quegli artisti che pensavano alla propria arte in una prospettiva europea, ovvero libera dagli schemi del realismo socialista.
Tra gli episodi grotteschi che accadevano in quegli anni c’era persino l’obbligo, anzi la necessità, di difendere la linea della politica russa nella guerra fredda. Gli artisti si chiedevano come avrebbero potuto difendere una Russia che sosteneva un’arte accademica e ricattatoria. E sempre più spesso si chiedevano per chi e contro chi stessero lottando. I nemici dell’astrattismo, i nemici della loro arte erano “anche” democristiani e fascisti. Perché i compagni comunisti non dimostravano certo un esempio di apertura a favore della libera espressività… anzi, prevalevano “il settarismo e la prepotenza”, come ha avuto modo di raccontare Consagra nella sua biografia.
Per fortuna dell’arte italiana la Biennale di Venezia, con inviti ai più validi rappresentanti dell’astrattismo internazionale, riuscì ad alimentare il credito di questa tendenza. Anche perché tutti gli artisti più significativi del mondo occidentale, pur appartenendo all’area politica della sinistra non volevano aderire al Realismo Socialista.
Insomma, gli artisti astratti sono sempre stati invisi a tutte le tendenze politiche, forse perché questo tipo di arte non si presta alla propaganda e quindi non è politicizzabile.
È naturale chiedersi cosa sia cambiato oggi.
Tutto e niente. Da un lato molti maestri dell’astrattismo internazionale sono entrati come esponenti di “alta epoca” nell’antiquariato dell’arte contemporanea. Considerati valori indiscussi con quotazioni adeguate a questi valori. Dall’altro lato, però, l’avvento delle nuove leve della cosiddetta arte estrema (in cui si sta affermando la visione di un neo-figurativo che rimastica manieristicamente l’avanguardia degli anni Sessanta) rischia di sfilacciare la trama di una tendenza storica e di far marcire sul ramo il frutto maturo di un periodo significativo. Paradossalmente la perdita di credibilità della Sinistra ha rischiato di delegittimare le istanze di una corrente che affondava le proprie segrete motivazioni anche nella ribellione ai dictat di un’Autorità superiore.
Ritengo dunque che non permettere agli artisti di perdere la memoria storica del proprio percorso, non solo creativo, ma sociale, dovrebbe rientrare nelle aspirazioni della giovane critica d’arte.
Gli artisti selezionati dalla GlobArt Gallery per questa mostra hanno sicuramente alle spalle una lunga storia di impegno politico, ma anche di indipendenza spirituale. Non a caso appartengono, in gran parte, alle generazioni tra gli anni venti e trenta. Per fortuna non sono più i tempi in cui le divisioni fra tendenze e generazioni erano drastiche, tanto che per neo-figurazione si intendeva una sorta di anacronistica visione accademica, condita da contaminazioni ideologiche. Anche se, altrettanto fondamentalista è stata la pittura informale che inorridiva di fronte al termine “impressionismo” ed era terrorizzata dall’ipotesi del paesaggio.
Questa mostra dunque, nel suo “piccolo”, ha voluto dare a Cesare quel che era di Cesare… Così, pur mantenendo una sua connotazione d’avanguardia, spazia da un astrattismo geometrico, ad uno di segno, fino ad un informale materico, per avvicinarsi anche ad una sorta di onirismo solo apparentemente figurativo (come potrebbe considerarsi tale un artista come Paul Klee).
Si può ben dire che questa rassegna sia stata guidata nelle scelte da una sorta di radar involontario attraverso il quale è riuscita a comporre una visione quanto mai articolata ed esaustiva dell’arte italiana di oggi. Forse non è un caso che ci riesca proprio attraverso la scelta a monte del piccolo formato, capace di dare intensità e sintesi all’opera di ogni artista. Anche perché tutti gli artisti invitati dalla GlobArt Gallery formano una sorta di tessuto connettivo su cui affonda le proprie radici il multiforme panorama dell’arte contemporanea.
Come dire che l’arte italiana non è “anche” questa, ma soprattutto questa. Ovvero un’immane sforzo creativo che si avvale dell’operosità di tanti artisti legati alla nostra grande tradizione a cui sono orgogliosi di appartenere e di rappresentarne la continuità.
Mi riferisco ad artisti a me già noti e stimati da tempo, quali Luigi Boille con i suoi puzzle vermicolanti di colore e di segno che oggi raggiungono una rarefatta sintesi, o Mario Nanni che rimedita lo spazio con l’uso di un materiale già da tempo indagato, la mappa. Oppure Nicola Carrino con le sue sculture geometriche evocative di “spazi altri”, o Renata Boero con il suo sperimentalismo inquieto, o Riccardo Guarneri che, con la sua pittura evanescente, ma strutturata dal segno e dal colore, indaga i segreti dell’astrazione, o Turi Simeti che con rigore e raffinatezza spinge alle conclusioni più estreme le proprie “estroflessioni”, o Renato Spagnoli che ha scelto la lettera A e la sua ombra per indagare le infinite possibilità di interagire nello spazio, o Enrico Sirello che con i suoi moduli ripercorre la lunga strada della pittura di segno, che ha in Sergio Fermariello un valido innovatore dei “valori selvaggi” dell’Art Brut.
Pittura, quest’ultima, condotta ad una svolta originalissima dalla pittura-scrittura di Simona Weller o anche dalle apparizioni segniche che arricchiscono i fondi incandescenti di Mario Raciti. Segno e scrittura, poi, si amalgamano reinventando lo spazio nella ricerca di Mino Ceretti e Pirro Cuniberti, che si servono di un cromatismo essenziale a differenza delle scritture criptiche e monocrome di Germano Sartelli, a cui si potrebbe accumunare il lirismo fantastico di Linn Espinosa.
Sempre in questo gruppo voglio ricordare le armoniose scansioni dello spazio di Paolo Schiavocampo, la gestualità legata a una libera interpretazione del colore di Enrico Mulazzani e Fausto de Nisco, nonché le suggestive ricerche sulla bidimensionalità dello scultore e pittore bolognese, recentemente scomparso, Raimondo Rimondi. Infine il lavoro di Giorgio Griffa, uno dei più noti esponenti della cosiddetta “pittura-pittura” degli anni Settanta, di cui Mirco Marchelli rievoca gli stilemi.
Tra gli artisti più ispirati ad una pittura materica mi piace ricordare Alberto Ghinzani e Lidia Puglioli, esponente dell’informale fin dal 1954, ma anche le efflorescenze di Paolo Masi, il tachisme di Alfonso Frasnedi, l’informale puro di Giona David Parra, le scansioni dello spazio di Renato Barisani, le forme di matrice junghiana di Sergio Zen, fino alla spazio animato secondo i canoni più classici dell’informale di Raimondo Sirotti.
Tra gli astratti più legati alla geometria, oltre ovviamente ai grandi maestri Achille Perilli, con i suoi solidi geometrici di matrice kleiana, ed Eugenio Carmi, noto per la sua ricerca sul colore e la struttura della forma, mi sembra notevole la presenza di Lorenzo Piemonti, che ricorda al meglio certi Reggiani, nonché Enrico Della Torre, che tende a servirsi della geometria con “intuizioni surreali, contaminate dall’astrazione”.
In questa mostra si evidenzia anche un filone piuttosto originale che trova le sue radici nei motivi del dinamismo futurista. Come non ricordare, a questo proposito la ricerca cromo-dinamica di Guido Baldessari o l’incalzare delle geometrie di Luca Padroni capaci di dare il senso della velocità futurista?
Nell’area invece che ammicca ad una visione più figurativa indimenticabili le nuvole di Antonio Carena, le apparizioni oniriche di Attilio Forgioli o il realismo esistenziale di Giancarlo Cazzaniga, le lettere magrittiane di Umberto Mariani, le scomposizioni giocose di Ugo Nespolo che rielabora genialmente l’eredità di Depero, gli esseri stilizzati di Klaus Prior o le maschere-volto di Giacomo Soffiantino, fino alla vena fantastica e ironica dei personaggi di Ciro de Falco. Sempre a questo gruppo appartiene anche l’espressionismo “contenuto e tagliente” di Gian Carozzi, recentemente scomparso, è stato tra i firmatari del primo manifesto spazialista, oltre gli pseudo paesaggi “fantastico-verosimili” di Luigi Fersini, i monocromi dal suggestivo effetto di dagherrotipo di Andrea Aquilanti, nonché le visioni dall’alto di campi e di mare di Daniele Fissore, fino alle desolate solitudini di Vittorio Mascalchi, che fanno da contraltare alle liriche composizioni di Franco Polizzi.
Questa rassegna ci dimostra un fatto importante: come spesso accade nella corsa affannosa verso l’attualizzazione, anche nell’arte, si corre oggi il rischio di archiviare troppo in fretta e troppo prematuramente la ricerca di molti artisti, che è ancora in fase di approfondimento. Ricerca che in alcuni casi sembra dare proprio oggi i risultati più convincenti.
Pensare questa mostra, dunque, al di là dell’intrigante quadrato magico che la ispira, è stata a mio parere necessario per mostrarci la vitalità di una vicenda artistica e dei suoi protagonisti.
Forse potrebbe essere anche di monito per il pubblico più attento e scaltrito. Quello che sa riconoscere la qualità dell’opera e sa ricordare quanto il fattore tempo sia sempre stato dalla parte degli artisti più autentici.
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Mostra precedente: Turi Simeti
inizio 01-12-2007 fine 31-01-2008
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Turi Simeti nasce ad Alcamo, in provincia di Trapani, nel 1929. Dopo studi universitari rimasti incompiuti, nel 1958 si trasferisce a Roma, dove, occupandosi di una libreria, avvia i primi contatti con il mondo dell’arte, avendo occasione di conoscere, fra l’altro, Alberto Burri e di frequentarne lo studio. Da queste sollecitazioni deriva, all’inizio degli anni Sessanta, una sua prima produzione di opere polimateriche. Soggiorna in questi anni, anche per lunghi periodi, a Londra, Parigi e Basilea.
Nei primi anni Sessanta, in sostanziale sintonia con coeve esperienze in ambito internazionale motivate da una comune volontà di azzeramento della tradizione e dei codici precostituiti dell’espressione artistica, il suo linguaggio, attraverso l’acquisizione della monocromia e del rilievo come uniche forme compositive, si definisce e si struttura principalmente intorno a un elemento geometrico, l’ellisse, che diventerà la cifra del suo lavoro artistico.
Nel 1963 prende parte alla “Rassegna Arti Figurative di Roma e del Lazio”, al Premio Termoli e alla mostra “Arte Visuale” presso Palazzo Strozzi a Firenze, dimostrando di condividere le dinamiche delle ricerche visive e strutturali vicine all’arte programmata e alla Nuova Tendenza. Alcune delle rassegne che nascono all’insegna di tale corrente, vedono la presenza di sue opere, come la mostra “Nuova Tendenza 3” a Zagabria nel 1965, e le mostre tenute nella galleria Il Cenobio di Milano, a Modena e Reggio Emilia nel 1967, così come altre importanti rassegne internazionali dedicate a quell’area di ricerca, quali “Arte Programamta - Aktuel 65” e “Weiss auf Weiss” a Berna nel 1965 e 1966.
Ancor più importante, per l’acquisizione dell’opera di Simeti a un panorama specifico, risulta il suo inserimento nel progetto “Zero Avantgarde”, che ha la sua prima uscita nel 1965 nello studio di Lucio Fontana a Milano, per proseguire con esposizioni nelle gaIlerie Il Punto di Torino e Il Cavallino di Venezia. Sempre nel 1965 realizza la sua prima personale nella Galerie Wulfengasse di Klagenfurt e si trasferisce da Roma a Milano, dove nel 1966 tiene una personale nella Galleria Vismara, presentata in catalogo da Giuseppe Gatt.
Tra il 1966 e il 1969, invitato come Artist in Residence dalla Fairleigh Dickinson University, si trattiene per lunghi periodi a New York, dove allestisce uno studio e realizza numerose opere, all’interno della poetica rigorosa che è andato definendo.
Oltre ad effettuare esposizioni in gallerie italiane (Il Chiodo a Palermo, Giraldi a Livorno, Stefanoni a Lecco), già nella seconda metà degli anni Sessanta il suo lavoro riceve interesse in Svizzera e in Germania, dove la sua fortuna andrà crescendo negli anni (nel 1971 espone nella prestigiosa galleria M di Bochum, da Loehr a Frankfurt, nella galleria Bettina a Zürich).
Nel 1971, nel segno di una adesione al clima di contestazione dell’opera, realizza una performance nella galleria La Bertesca di Genova con la “Distruzione di un aliante”, di cui conserva i resti in bidoni blu firmati e numerati. Ciò non comporta però una trasformazione radicale del suo lavoro sulla superficie e sui volumi, anche se nei suoi lavori verrà manifestandosi un ulteriore senso di rarefazione delle presenze aggettanti, che dimostra un avvicinamento alle poetiche del minimalismo.
Nei primi anni Settanta realizza altre personali a Bergamo, Verona, Rottweil, Düsseldorf, Oldenburg, Köln, München, e partecipa ad alcune mostre collettive, come “Estensione”, nella Casa del Mantegna di Mantova, confermando l’adesione del suo lavoro alle ricerche in ambito costruttivo.
La sua opera va configurandosi come una ricerca consequenziale, nel passaggio da opere singole a dittici e polittici con un elemento aggettante che viene spesso decentrato, e quindi con la sperimentazione di formati e sagome differenti, raggiungendo effetti di maggiore complessità spaziale nel corso degli anni Ottanta.
Nella seconda metà degli anni Settanta la sua attività espositiva lo porta in diverse città europee come Basilea, Düsseldorf, Coblenza. Nel 1980 viene allestita una sua personale presso la Pinacoteca Comunale di Macerata. Dallo stesso anno inizia a lavorare in un suo nuovo studio a Rio de Janeiro, città in cui trascorre lunghi periodi invernali e dove negli anni successivi prende a esporre, ricevendo importanti consensi.
Nel 1981, dopo aver collocato nel 1980 una scultura a Gibellina, espone in Sicilia nella Galleria Pagano di Bagheria, presso l’Opera Universitaria di Palermo e nell’Atelier di Rosario Bruno a Sciacca. Nel 1982 tiene una personale nello Studio Grossetti di Milano.
In seguito, esclusa qualche sporadica presenza in mostre italiane, le sue opere vengono accolte in numerosi spazi privati all’estero, quali la Galerie Passmann di Friburgo e la GaIerie Wack di Kaiserslautern nell’83, la Galerie Maier di Kitzbüehl e la Galerie Ahrens di Coblenza nel 1984, la Galeria Paulo Figueiredo di San Paolo del Brasile e la Galerie 44 di Düsseldorf nel 1985, la Galerie Apicella di Bonn neI 1986 e la Galerie Monochrome di Aachen nel 1987. Torna ad esporre in Italia nel 1989 con una personale allestita nella Galleria Vismara di Milano. L’accostamento a opere di Castellani, Bonalumi e altri nelle mostre “La Tela Estroflessa nell’Area Milanese dal 1958 ad Oggi” presso la Galleria Arte Struktura nel 1989 e“‘58-‘80 Bonalumi - Castellani - Simeti /Tre Percorsi”, sempre a Milano, nella Galleria Millenium, l’anno successivo, mette in risalto come l’estroflessione praticata da Simeti assuma valori contigui ma anche antitetici rispetto alle analoghe tecniche compositivo-costruttive applicate da Castellani e Bonalumi.
Nel 1991, presentato in catalogo da Elena Pontiggia, espone un’ampia selezione di lavori al Museo Civico di Gibellina. Nel corso degli anni Novanta, oltre a personali di opere recenti a Busto Arsizio, Rio de Janeiro, Robbiate, Carnate, Trezzo sull’Adda, Biberach, Kaiserslautern, Milano (galleria Vinciana), Bolzano e Trapani, altre retrospettive hanno luogo nel 1996 nel Kunstverein di Ludwigsburg e a Erice, la seconda con testo in catalogo di Marco Meneguzzo.
La sua opera va configurandosi ora attraverso la moltiplicazione e la dispersione degli elementi volumetrici-aggettanti ovali nella superficie, con una colorazione più intensa e diversificata, recuperando valori di relazione architettonica sempre più evidenti.
Nel 1998 tiene una personale alla Galerie Kain di Basilea, seguita l’anno successivo da altre esposizioni a Biberach (di nuovo nella galleria Uli Lang), Ladenburg e Mannhein e dalla partecipazione all’esposizione “Arte in Italia negli anni 70” presso La Salerniana di Erice.
Altre recenti personali dell’artista sono realizzate presso lo Studio d’Arte Harry Zellweger di Basilea e nella Galleria Uwe Sacksofsky ad Heidelberg, entrambe del 2000. Nel 2001 Civica Galleria d’Arte moderna di Gallarate.Nel 2002 Fondazione Mudima, Milano, Galleria Rino Costa, Casale Monferrato, Galleria Bergamo, Bergamo, Galleria Maier, Kitzbühel, Galerie Wack, Kaiserslautern,
Immoblilia, Verona. 2003, Galleria Giraldi, Livorno, Arte Silva, Seregno, Carte d’arte Mostre, Catania.
Nel 2004 alla Galleria Serego in Verona e una importante mostra alla Galleria Poleschi di Milano, presentato in catalogo da Luca Beatrice.
Nel 2005 e 2006 due mostre a Lugano, alla Galleria Artantide e alla Galleria Bim della Banca Intermobiliare.
Attualmente Simeti vive e lavora a Milano.
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Mostra precedente: Eugenio Carmi
inizio 13-10-2007 fine 24-11-2007
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Eugenio Carmi nasce a Genova nel 1920. Studia a Torino sotto la guida di Felice Casorati. La lunga esperienza di grafico maturata negli anni 50, è fondamentale per la sua ricerca pittorica, impostata su una rigorosa struttura geometrica e su una attenta analisi percettiva dei valori cromatici. E' stato responsabile dell'immagine dell'Italsider dal 1958 al 1965. Ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 1966. Nel 1967 presenta opere elettroniche alla mostra "Superlund" curata da Pierre Restany a Lund in Svezia. Nel 1968 Presenta il "Carm-o-matic" alla mostra "Cybernertic Serendipity" all' Institute of Contemporary Art di Londra. Per il Servizio Programmi Sperimentali della RAI realizza nel 1973 un programma completamente astratto di 25 minuti e nello stesso anno tiene seminari di arte visiva al Rhode Island Institute of Design di Providence negli Stati Uniti. Negli anni ’70 ha insegnato all'Accademia di Macerata e all'Accademia di Ravenna. Ha illustrato tre favole di Umberto Eco (“La bomba e il generale”, “I tra cosmonauti”, “Gli gnomi di Gnù”), pubblicate in Italia da Bompiani e in molti altri Paesi del mondo. Il Ministero francese dell'Educazione Nazionale le ha selezionate per le biblioteche e le scuole di Francia.
La più importante mostra antologica della sua opera è stata allestita dal Comune di Milano nel 1990, seguita dalla prestigiosa rassegna dedicatagli dalla città di Budapest nelle sale di Palazzo Reale nel 1992. Nel 1991 espone al Museo Italo Americano di San Francisco. Nel 1996 esce il volume "CARMI" di Umberto Eco e Duncan Macmillan, presentato alla Triennale di Milano, un compendio di tutta la sua storia (Ed. L'Agrifoglio, Milano). Nell'ottobre 1997 ha luogo una mostra personale al Museo Municipale di Lussemburgo su invito del Sindaco, in occasione del semestre lussemburghese di Presidenza dell'Unione Europea. Nel 1998 mostre ad Amburgo e Firenze. Nel 1999, oltre a varie mostre, è invitato alla XIII Quadriennale d'Arte di Roma "Proiezioni 2000". Dicembre: mostra a Los Angeles. Nel maggio 2000 mostra personale a Roma nei saloni della Camera dei Deputati, Palazzo Montecitorio, su invito del Presidente Luciano Violante. Settembre: mostra antologica al Museo Diocesano di Barcellona, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, del Parlamento Europeo e del Parlamento della Catalogna.
Edito dall'Electa, esce il volume "Eugenio Carmi" di Luciano Caramel e Umberto Eco, in italiano e spagnolo. Gennaio 2001: è nominato Accademico di San Luca.
Settembre-ottobre 2001: mostra antologica a Praga nella Cappella di San Carlo Borromeo, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e dell'Ambasciata italiana.
Settembre-ottobre 2002: mostra a New York alla New York University, con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia. Dicembre 2003: mostra all’ Istituto Italiano di Cultura di Parigi, acquarelli, collages e vetri. Dicembre 2003: vince il Primo Premio Nazionale F.Ferrazzi a Sabaudia. Aprile 2004: esce presso Fabbri Editori il libro “Tre racconti”, riedizione in volume unico delle favole illustrate da Eugenio Carmi sui testi di Umberto Eco. Aprile 2004: gli viene assegnato il Premio internazionale di pittura, scultura e arte elettronica Guglielmo Marconi, Università di Bologna. Giugno 2004: all’Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen, mostra delle tavole originali delle illustrazioni dei “Tre Racconti”. Ottobre 2004: mostra Galleria Atrium Arte contemporanea, Lecce. Maggio-Giugno 2005: mostra Città di Noto, Palazzo Trigona-Canicarao. Maggio-Giugno 2006: mostra Frankfurter Westend Galerie, Francoforte. Maggio-Giugno 2006: mostra Galleria L’Osanna, Nardò (Lecce). Ottobre 2006: mostra “Il pensiero visivo”, Galleria L’Immagine, Cesena. Novembre -Dicembre2006: mostra “Come sarebbe bello il mondo”, Galleria Biasutti & Biasutti, Torino. Novembre -Dicembre2006: mostra Galleria Ferrario, Trento. Ha partecipato alle principali Biennali internazionali di grafica, ricevendo importanti premi. Si autodefinisce "fabbricante di immagini".
